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Fronte Surreale, lì 2.4.07

Viaggio dentro la notte. Best XI

A Parigi

Mi risvegliai in un letto, pulito e profumato ancora di bucato fresco. Come era successo? Dove mi trovavo? Ero già a destinazione? E se sì, quale era? Come ogni buon essere umano i miei risvegli erano sempre problematici e questo pareva non sottrarsi alla regola. Stropicciai gli occhi e misi i piedi per terra. Il freddo del pavimento mi scaraventò in avanti nel processo di uscita dal dormiveglia. Mossi i passi stancamente verso un rumore di padelle, ero ancora vestito come alla partenza; mancavano solo le scarpe, non me ne curai ed entrai nella cucina. Una piccola stanza disadorna con solo l’essenziale a produrre qualche vivanda calda e poco più. In piedi al centro della stanza se ne stava il gigante, mi accorsi in quel momento che dovevo ancora chiedergli il nome, che armeggiava con una caffettiera, minuscola nelle sue mani.
- Potresti aprirla? – disse con una punta di imbarazzo – Sai… queste mani…
Avanzai verso la sua mano, presi la caffettiera, svitai la parte inferiore e gli porsi i due pezzi distinti. Presi una sedia e mi sedetti in parte ad un tavolino tagliato a metà per entrare in quello stretto ambiente.
- Scusa – sbiascicai nel peggior dialetto mattutino – ma non so ancora come ti chiami
- Karl, piacere – e mi tese la manona
- Piacere mio, Karl – cercai di schiarirmi la voce, un rumore di grattugia si sparse tra i muri – e dove siamo?
- Parigi, siamo arrivati

Dunque questa era Parigi.

Il caffè era pronto, Karl lo versò in due tazzine, mi chiesi come avrebbe fatto a bere, era evidentemente troppo minuscola per le sue enormi dita. Eppure ce la fece, un sorso e via. Da par mio rimasi a girare il cucchiaino per un tempo più lungo del necessario. Poi mi decisi e lo bevvi in due sorsi. Non era male, ma in Italia il caffè viene comunque meglio, sarà forse l’acqua.
Come mai siamo qua?
Detestavo fare conversazione di primo mattino, ma detestavo ancora di più essere all’oscuro di tutto, una sensazione di fastidio che mi portavo dietro fin dalle elementari.
Qui potrai capire. Te ne accorgerai ben presto.
Mi alzai e cominciai ad esplorare la piccola casa, un appartamento con tre locali, sobrio, spoglio, minimalista. Andai a sedermi nel salotto sul grosso divano rosso a tre posti. Un solo quadro, o meglio una stampa, sulla parete orientale occupava la stanza insieme al divano e ad un tavolo. Cercai di capire in che razza di guaio mi fossi cacciato ma non venni a capo di nulla, sapevo solo di essere a Parigi in un trilocale in compagnia di un gigante di nome Karl: per alcuni sarebbe stato sufficiente.

Fissai per un buon quarto d’ora la parete cercando di seguire i disegni delle crepe, li trovai ben più interessanti della città che aspettava al di fuori della finestra. Poi sentii la porta di ingresso aprirsi. Karl era ancora in cucina a cercare di preparare qualcosa con le minuscole pentole ma senza troppo successo. Chi era il nuovo venuto? Mi alzai e raggiunsi il corridoio. Un uomo calvo e dalle braccia cadenti era appena entrato. I nostri sguardi si incrociarono:
- Benvenuto

Non risposi.

Fronte Surreale, lì 7.3.07

Viaggio dentro la notte. Capitolo X

all'uomo raggio

Continuammo a viaggiare per ore, come se fosse normale farlo, forse per lui, il mio giganteggiante salvatore era davvero normale, non era d’altronde un camionista? Il pensiero di una vita simile mi lasciò perplesso, ma non così tanto da tramutarsi in nausea, e per vincere quella sensazione mi rifugiai come al solito in pensieri casuali dettati più dalla velocità che dal raziocinio. Veloci quanto potevamo esserlo arrivammo ben presto al confine e quelli alla frontiera cercarono di sapere il motivo del viaggio, già qual era il motivo di quel viaggio? Fuga? Poteva essere un valido motivo? Avrebbe retto al vaglio degli inquisitori?
- Dobbiamo ritirare un carico di lavastoviglie
Mi parve un buon motivo, era vero? Quello non lo potevo sapere, mi accorsi di non sapere nulla; mi ritrovai in equilibrio tra il desiderio di svenire e quello di parlare: non trovai una buona ragione per prendere una decisione in merito e restai a fissare il parabrezza muovendo la testa lentamente, come uno di quei cagnolini che andavano tanto qualche anno addietro.
- Passate pure – fece il gendarme con un ampio gesto della mano.
Il camion ripartì sbuffando
- Bravo – disse l’autista
- Come? – feci di rimando togliendo per un attimo lo sguardo dalle tracce di quello che doveva essere stato un moscerino
- Bravo, sei riuscito a controllarti, non hai scatenato i tuoi pensieri nonostante fossimo fermi
Era vero. Non sapevo come, ma c’ero riuscito, ero forse guarito? Dovevo ancora andare a Parigi? Ero salvo?
- Dobbiamo comunque proseguire, questo è solo l’inizio, ma non sei ancora pronto.
O sulla mia faccia comparivano i miei pensieri sotto forma di scritte o il gigante era anche un telepata. Non mi stupii più di tanto
- Posso dormire? – avevo sonno, era stata una notte difficile
- Certo, adesso dormi, ma prima prendi una di queste – e mi porse un paio di piccole pillole rotonde, delle sfere colorate, di un rosso vivo – ti aiuteranno a dormire
Ingollai con poche pretese una sfera e sprofondai in un sonno profondo. Feci sogni orribili.

Fronte Surreale, lì 28.2.07

Viaggio dentro la notte. Non (h)o capito lo.

Ai miei maestri, ai loro errori, alle mie imprecisioni



La motrice partì sbuffando fumo nero verso il cielo scuro, partimmo con il favore della notte od almeno così ci parve all’inizio. La strada scorreva lenta sotto i grossi pneumatici gonfi fino all’orlo, con l’aria che sembrava voler scappare da quella costrizione appena ne avesse avuto l’occasione, gli ammortizzatori continuavano a fare il loro lavoro svogliatamente concedendo a qualche buca l’onore di far prendere qualche sbalzo alla motrice, le luci tagliavano il discreto buio davanti a noi.
Mi accesi una sigaretta con l’intento di farmi rimproverare, ma non successe nulla, se non una leggera nebbiolina al di qua del vetro. Il camionista, che aveva assunto una posa degna della più agile e minuta contorsionista cinese in una scatola XXXS, continuò a sgranare marce ed a controllare i vari indicatori.
- Gasolio – disse emettendo un rantolo, dovevo pensare a qualcosa per farglielo passare – dobbiamo fermarci a fare rifornimento.
Lo guardai con aria sbigottita, avevo il terrore dell’assenza di movimento, ero schiavo della velocità! Cosa sarebbe successo una volta fermati? Gli esseri violacei avrebbe attaccato ancora la nostra posizione? Ci saremmo potuti difendere in qualche modo?
- Fai così – un altro rantolo, dal polmone sinistro questa volta – quando ci fermiamo pensa intensamente a qualche oggetto – emise a questo punto uno squittio acuto, la trachea pensai – in movimento. Un razzo, una macchina, il nostro pianeta invece lascialo stare è troppo relativamente lento.
Il mio sguardo doveva aver fatto trasparire le mie emozioni evidentemente, presi quel consiglio e lo serbai come una caramella di zucchero troppo deliziosa per essere divorata subito.
La stazione di servizio si stagliò minacciosa all’orizzonte con un orgasmo continuo di luci e prezzi in bella evidenza, presi in considerazione di fare dello shopping al piccolo negozio annesso.
Il camionista gigante mise la freccia ed imboccò la corsia di uscita, entrammo lenti, troppo lenti, all’interno dell’area di servizio.
- Comincia a pensare! Adesso – ed aggiunse un fischio, pittoresco in quel momento.
Mi venne in mente subito un cesto di lumache, mi fissai sull’immagine di una tartaruga, il mio cervello non collaborava: un essere violaceo spuntò dall’accendisigari, il panico mi colse! ma appena giunse alla leva del cambio riuscii a pensare ad una locomotiva, a vapore, in partenza da una stazione di provincia. Il piccolo essere divenne evanescente, cominciò a dissolversi con l’aumentare della pressione nella caldaia
- ALTRA LEGNA! – urlai senza ritegno
La locomotiva cominciò a scalciare, sbuffare, emettere fischi e stridi e slittando sulle rotaie cominciò a viaggiare; il piccolo essere svanì completamente.
- Bravo
- Grazie, ma adesso facciamo gasolio, in fretta!
La motrice si fermò, la locomotiva prese velocità, il camionista scese. Nei miei pensieri si materializzò una montagna, la locomotiva perse velocità.
- Non ora! – gridai ancora
Mi concentrai fino a quando le tempie si gonfiarono come i pneumatici che stavano fermi a pochi centimetri dalla mie suole e la montagna svanì anche lei, lasciando lo spazio ad una dolce discesa in una valle aperta. La Torre Eiffel sullo sfondo.
- Fatto! – disse il gigante – possiamo ripartire
E ricominciò la procedura per rientrare al suo posto guida, rimise in moto e lasciammo l’area di servizio in poco tempo; lanciai il mozzicone della sigaretta fuori dal finestrino giusto in tempo per causare un’esplosione calda e colorata.
“Così non potranno seguirci” pensai distrattamente.

Fronte Surreale, lì 22.2.07

Viaggio dentro la notte. VIII ne.

Appena le piccole ma risolute pesti finirono il loro lavoro con le clavicole cominciai a cadere. Nonostante tutto rispondevo ancora alle basilari leggi naturali come la gravità, paradossalmente mi sentii sollevato. Mi accorsi che la distanza era enorme, vista l’altezza del camionista, e la percorsi tutta senza turbe: effetto del movimento, pensai. Ritrovai la concentrazione in quello stato di moto accelerato; i piccoli demolitori si ritirarono all’istante ma del povero camionista ormai non rimaneva che il tronco e la trachea che pendeva floscia sul petto come una strana ed orrenda cravatta. Poteva articolare dei suoi anche in quello stato? Mi schiantai con un tonfo sordo su di uno spesso strato di muschio. I danni non furono molti. Presi una manciata di stuzzicadenti, paletti, materiali da costruzione derivati dal giganti e cercai di riprodurne le sembianze. Dopo un buon quarto d’ora mi accorsi che mancavano dei pezzi e mi dovetti rassegnare ad un lavoro parziale, raffazzonato alla meglio, incompleto: ne ricavai una testa poco proporzionata, molto meno della precedente, due clavicole che permettevano solo 22° di escursione ( un po’ poco per il tipo di lavoro, me ne resi conto ), un collo – una conquista!
- Bravo – mi sussurrò il gigante, dovevo regolare le corde vocali, cambiare il timbro, allargare la faringe, ma non ero né un dottore né tanto meno un carpentiere, come avrei fatto?
- Non molto, non sei come prima!
- Nessuno è mai come prima dopo certe cose
Abbozzai un sorriso, il camionista cercò di fare lo stesso ma mi mancavano ancora un paio di muscoli e due tendini, la mimica facciale veniva diffusa in forma ridotta. In più un qualche errore commesso gli faceva emettere un grugnito ogni respirazione. Dovevo aver stretto troppo la trachea sotto qualche altra parte. In un quarto d’ora, mi resi conto, non si poteva far di meglio.
- E adesso?
- Adesso dobbiamo andarcene, metterci in movimento, altrimenti i violetti violenti ritorneranno più feroci che mai.
Concordai con il suo piano, salimmo sul suo camion, o meglio sulla motrice e ci mettemmo in viaggio.
- Dove andiamo? – chiesi senza troppa convinzione
- Parigi
Parigi. Più di venti anni fa la visitai come turista, ma ora?

Fronte Surreale, lì 2.2.07

Viaggio dentro la notte. VII bello.

L’enorme ma proporzionato, almeno al mio occhio, camionista con soli tre passi attraversò la strada e mi si parò di fronte. Con un movimento tanto ampio quanto aggraziato mi prese in braccio proprio come farebbe una madre in abiti del primo novecento con il proprio pargolo tutto fasciato con tanto di cuffietta di pizzo ricamato. Quando mi ebbe completamente tra le sue braccia mi guardò intensamente:
- Non aver paura ora ci sono io.
I tratti decisi del suo volto suscitavano in me allo stesso tempo timore e serenità; la stessa espressione di un padre severo, severo ma giusto.

Mi sentii improvvisamente al sicuro, talmente in pace con me stesso e con il mondo circostante da provare tepore ed aver voglia di abbandonarmi ad un sonno ristoratore. Poteva essere proprio questo quello che cercavo? Calore umano da un essere gigantesco apparso dal nulla o meglio da una pessima osteria dal forte odore di rosso dal sentore di more e mogano? Nonostante tutti i miei sforzi per godere della sensazione che provavo provai in tutti i modi a rovinarla. Sistema di autodifesa? Paura delle reazioni della gente? Non potei rispondermi.
- So come ti senti, anch’io provai un tempo, quello della mia giovinezza, le stesse sensazioni. Mi pareva d’essere un mostro, poi mi guardai allo specchio e vidi realmente quello che ero. Da allora giro il mondo (ecco il perché dell’altezza e della motrice) cercando quelli come me. Per aiutarli.

Non ero dunque l’unico, il solo, ma non trovai nessuna consolazione in quel pensiero; au contraire provai un’immensa infelicità per tutti quelli che versavano nelle mie stesse condizioni. Il sottile confine tra il presagire e il conoscere era sempre fonte di serenità. Ma il blitzkrieg empatico era cominciato e perdevo su tutta la linea.
Dovevo sapere! far domande, ottenere risposte, si capisce, avevo di fronte, o meglio mi aveva in braccio, l’unica speranza di sapere, la fonte della conoscenza. Dovevo abbeverarmi il più possibile, ma proprio nel momento in cui cominciai a parlare una miriade di piccoli esseri violastri alti poco più di due ditali impilati dotati di asce cominciò ad arrampicarsi sulle lunghe leve del mio probabile salvatore.
- Che succede? Che succede? CHE SUCCEDE?
Cominciai a strepitare, scoppiettare, crepitare, gli occhi fiammeggianti e tutto il corollario a star significare dispiacere ed ira.
- Dovresti dirmelo tu.
Di rimando il gigante. I piccoli esseri violastri cominciarono a picchiare con le loro asce, martelli, picconi, pertiche, cunei, martinetti idraulici, paranchi, cesoie, semplici forbici, scalpelli, mazzette; un lavorio frenetico ma di una precisione impeccabili. Pezzetto dopo pezzetto cominciarono a smontare (SMONTARE! PROPRIO QUELLO! AVETE CAPITO BENE!) il gigante fabbricandone paletti, stuzzicadenti assai curiosi, tamburi – quelli servirono a dar ritmo al lavoro anche se non mi sembrò che ce ne fosse un reale bisogno – piccole gru e altri mezzi per la movimentazione dei carichi in generale, casupole e kajak! La faccia in poco più di una decina di secondi fu smantellata, rimasero solo un occhio e un labbro sospesi nell’aria. Cosa potevo rispondere? Ero davvero io il responsabile di quel cantiere? Avevo le autorizzazioni? L’ambiente di lavoro era sicuro e rispondente alla norme vigenti?
- Dovrei saperlo?
- Pfii – parlare con solo un labbro era difficile ma non impossibile – deffi follo hoheentatti follo u uoi emmae uuoo efto
- SOLO TUUUUUUUU SOLO TUUUUUUUUUUUUUUUUUUU
Tuonò un coro di trenta elementi, tutti vestiti da opliti spartani con tanto di flauti, alle nostre spalle.
Cercai di hoheentahmi, ma ottenni solo un aumento del lavorio di quei piccoli esseri che si apprestarono a demolire entrambe le clavicole.

Ritornai a sentirmi in pericolo.

Fronte Surreale, lì 24.1.07

Viaggio dentro la notte. VI ( volevo bene.)

So I speak, though, am I heard...?
Wasting visions on a world of blinded fools.

Capii ben presto che non ce l’avrei fatta in quella maniera, a piedi, a salvarmi seppur per un breve periodo. Dovevo pensare al medio termine, il lungo è ignoto e imprevedibile quindi perché curarsene? Mi scontrai ancora una volta con le mie scelte passate; e amici no, e macchina no, e neanche l’aggeggio a due ruote che doveva rivoluzionare il mondo dei trasporti: niente insomma. Ero dunque spacciato? Non dovevo e non volevo arrendermi e così stringendo denti e pugni avanzai nella notte. Le tre e dieci minuti ed un unico obiettivo: raggiungere salvo e possibilmente vivo l’alba, ma la seconda condizione non implicava la prima.


Correre. Correre. Correre.

Pensandolo potevo convincere i muscoli? Ci provai e meraviglia ci riuscii; un passo dopo l’altro mi ritrovai a procedere ad andatura sostenuta, da mezzofondista bianco, devo ammettere. Passai di fianco alla brutta chiesa in cemento armato e poco slancio mistico del mio quartiere, retaggio di nessuna corrente concettuale, mancanza di stile, abbondanza di bruttura. Le vetrate così poco antiche scimmiottanti ben altri antichi fasti mi fecero rabbrividire. Motivi senza motivi, neanche un riferimento all’Agnello od a qualche profeta minore. Nulla. Fui tentato di trovare un rifugio nella casa del Signore, ma riuscii a resistere senza troppa difficoltà. Le chiese sono amplificatori e la musica che sentivo non mi piaceva proprio. ( pensieri dialettali ed espressi in maniera approssimativa, ma la situazione lo richiede ) Mi vedevo già nascosto, in cerca di riparo come i Rolling Stone, dietro l’altare in prossimità del seggio del prete a leggere le scritture, che in molti ritengono sacre, alla ricerca di un po’ di pace e di tempo da far trascorrere. La visione, questa volta non distorta, mi atterrì. Scappai verso la strada principale, la nota arteria, questa volta deciso a fronteggiarmi.

Arrivato sul ciglio della strada mi fermai, in attesa, appoggiato ad un paracarro catarifrangente. Durante i primi tre minuti primi non accadde nulla di strano. Poi… Poi il delirio cominciò sulle note del Bolero di Ravel suonato a suon di catarifrangenti che uno dopo l’altro si illuminavano a tempo e si misero a vibrare emettendo ognuno un suono preciso. Piano piano, lento lento cominciò il motivo di chiara ispirazione infernale a riecheggiare nell’aria. Anche le macchine che sfrecciavano a pochi centimetri dalla punta del mio piede sinistro, maldestramente appoggiato alla riga bianca, sembravano partecipare alla sinfonia alzando il volume ( il TONO? ) dei paletti. VRRRROOOOOOMMMMM e taaatatatataaaa ricomincia. VROOOOOOOOOMMMMM (un diesel euro 2) e taaatatatataaaa, il motivo lo conoscete. Le stringhe, loro, se ne stavano tranquille e le maniche avevano rifatto l’orlo a cui tanto tenevo, questione di affetti. Dalla trattoria di fronte uscì un camionista altissimo, mai visto uno così in vista mia, aprì la portiera della motrice e si piegò per entrare. All’improvviso, quando ormai un buon 30% di quel gigantesco ma proporzionato corpo era già all’interno della cabina, si girò verso di me. Ritirò fuori il corpo già riposto e si incamminò proprio nella mia direzione. Rimasi fermo, con la strenua convinzione di non essere distinguibile dallo sfondo. Convinzione che svanì quando sentii un paio di operai, dall’accento marcatamente veneto, pronunciare “finio”.

Mi voltai ed un cartellone pubblicitario con una discinta donzella che vendeva silicone era apparso come dal nulla, con tanto di luci e menate del genere. Ero senza copertura ed il gigante si avvicina per forza di cose a grandi passi.


Terrorizzai.

Fronte Surreale, lì 17.1.07

Viaggio dentro la notte. V

All’improvviso ebbi l’illuminazione. Avevo bisogno di più velocità, dovevo assolutamente accelerare: era forse questa la soluzione alla mia per nulla chiara domanda. Al momento non riuscii a pensare ad altro di più sensato, non mi restava che tentare. Sarebbe bastato correre? Magari in maniera progressiva, senza strappi, con accelerazione costante, in maniera completamente opposta al rospo o rana che fosse. E se non fosse stato sufficiente? Mi sarei riarenato in maniera se possibile peggiore sulla battigia delle mie visioni? Tanto valeva provare comunque, senza pensare alle conseguenze, la mia principale fonte d’inibizione. Cominciai a muovere i piedi contando i passi, con un metronomo mentale a scandire la cadenza, alla ricerca di un ritmo, uno qualsiasi!, da tenere. Cominciai a sentire una sensazione di sollievo, esperimento riuscito? Funzionava? Il lasso di tempo trascorso era troppo breve e la mia attitudine alla corsa troppo scarsa. Ben presto l’acido lattico, altra arma al servizio della mia imperizia, mi bloccò i muscoli. Quanto tempo era trascorso dall’ultima corsa (test di Cooper esclusi)? Ansimai appoggiato ad un muro. Le stringhe, cosa di per sé singolare, cominciarono ad allungarsi agitandosi come piccoli serpenti. Rimasi leggermente stupito quando vidi quei minuscoli filamenti di tessuto cercare di infilarsi nelle crepe del marciapiede, tra gli anfratti del catrame, là dove nascono fili d’erba e fiori venuti da chi sa dove. Non capii subito le loro intenzioni, ma quando le vidi scavare, solo allora, compresi il loro disegno: tenermi fermo! Ancorato al terreno! Radici da scarpe di marca! Era un segno, l’ennesimo, da non sottovalutare: la risposta ad una delle domande della sera. Dovevo muovermi. Assolutamente. Cercare la velocità così da far scivolare via le mie visioni come neve dal tetto di una macchina in corsa. Dovevo diventare una macchina, in corsa per di più! Ma prima dovevo liberarmi delle stringradici e dal loro subdolo tentativo di boicottaggio. Cercai di strapparle dal terreno ma si erano già troppo conficcate, non solo, cercarono pure di pungermi riemergendo da un altro punto. Tentai di togliermi le scarpe ma le stringhe reagirono stringendo i miei già doloranti piedi in una morsa degna di un boa di medie dimensioni, ma potrei sbagliarmi, non sono un esperto di rettili. Ogni mia mossa veniva contrastata in modo non solo repentino ma azzarderei ingegnoso. Dovevo trovare una soluzione, una via d’uscita ed anche molto velocemente visto che anche le maniche della giacca sembravano voler partecipare alla tenzone allungandosi. In pochi secondi avevano già guadagnato qualche centimetro rompendo gli orli che mia nonna fece con tanta cura e perizia. Cosa potevo fare? Infilai la mano in tasca e trovai un mazzo di chiavi ed un fiammifero. Lo sfregai e lo avvicinai alle stringhe nel tentativo di spaventarle con la piccola, ma significativa, fiammella. Subito si ritrassero come spaventate in preda a moti di panico, quasi fossero prese da convulsioni. Avvicinai ancora di più la fiamma alla radice delle mie nuovi radici ottenendo una vittoria più che completa: schiacciante. Ero di nuovo libero, ma per quanto? Dovevo rimettermi in marcia nonostante i pareri contrari di gambe e vari organi interni. Dovevo.

Fronte Surreale, lì 15.1.07

Viaggio dentro la notte. Ancora di più.

Puntata n.1, n.2, n.3.

Mi ritrovai a colloquiare telepaticamente con una macchina, mancavano solo il siero di scimmia e la fine del mondo per rendere perfetta la notte. Quella notte.
- Ti ho chiesto cosa cerchi.
Scartai lentamente il pacchetto di sigarette, lo aprii, tolsi la carta grigia – pull. Buttai via tutti gli scarti nell’apposito cestino, cacciai una sigaretta in bocca e la accesi.
- Non lo so – proferii a fior di pensiero.
- Continua a cercarlo.
Rimandò la macchina, lettera dopo lettera. Mi apprestai a rispondere ma quando riguardai il display luminoso era ritornata la vecchia scritta di sempre. Inserire l’importo. Fui pervaso da un’immensa delusione per la perdita di quell’inusuale interlocutore, il primo esterno a me stesso da molto tempo. Era poi veramente esterno? O rappresentò l’estremo tentativo di uscita del mio essere dalla paralizzante stasi autoimposta nei rapporti umani? Non mi persi più di troppo in quei pensieri e sbuffando al cielo l’ennesima nuvola grigia m’incamminai ancora una volta verso quello che non conoscevo. Tentai di risvegliarmi nell’eventualità che tutto fosse soltanto un sogno. Nulla. Semplicemente nulla. Quella era la realtà o la presunta tale. Stavo per attraversare l’enorme strada vuota a quattro corsie quando il mio sguardo venne distratto dal passaggio lento e faticoso di un rospo di media taglia. Accompagnai i suoi saltelli assolutamente casuali, una guida sicuramente migliore dei miei pensieri. Raggiungemmo l’altro lato della strada in un tempo fin troppo lungo ma l’abbondanza di tempo non era che un altro problema da risolvere in qualche maniera, in ogni modo. Il rospo, forse una rana vista la corporatura, si voltò come a chiedermi cosa volessi, ma stranamente non proferì nessuna parola, neanche la più insulsa. Se per questo non gracidò neppure. Ci fissammo così per diversi secondi, nessuno dei due sembrava aver qualcosa da dire. Poi con un balzo, il migliore fino a quel momento, sparì in un cespuglio di begonie. La tana del bianconiglio, cercai di convincermi, ma nessun buco, eppure il rospo, o la rana, svanì. Ci doveva essere un passaggio: me ne convinsi e per provare la mia convinzione stuprai con violenza i rami e i fiori. Violenza floreale allo stato puro. Ma nulla. Per l’ennesima volta mi ritrovai solo e senza la più pallida idea di che cosa mi stesse succedendo.

Fronte Surreale, lì 4.1.07

Viaggio dentro la notte. Di più.

Rimessomi in moto cominciai a fissare la luce dei lampioni, fioche ma fastidiose lucciole che illuminavano i miei stanchi piedi impegnati in una marcia forzata. Il mio obiettivo era quello di portarmi lontano ( lontanissimo ) dalla mia psiche deviata ma lei continuava a seguirmi. Ovunque decidessi di andare lei era pronta a seguirmi e più affrettavo i passi più venivo aggredito dalle visioni. Più volte, durante le pause pranzo, mi ritrovai a chiedermi cosa fosse la realtà; domande troppo difficili per ottenere delle risposte a stomaco vuoto, tanto difficili anche per il mio Mentore, l’allenatore del mio spirito. Quello che vedevo e provavo, quel turbine malsano che avevo in testa, era meno reale della luce dei lampioni che illuminavano il mio cammino? Nessuno, tanto meno la prostituta della sterrata via privata, sapeva rispondermi. Mi legai all’albero maestro delle mie convinzioni per non cedere al richiamo delle mille sirene che albergavano negli anfratti del duro e nudo cemento e continuai il mio piccolo viaggio. Arrivai davanti al tabacchino automatico e mi misi a dialogare con la macchina distributrice. Infilai controvoglia l’importo nell’apposita fessura e premetti il pulsante corrispondente alla marca di sigarette preferita. La macchina invece di ringraziarmi come al solito cominciò a pormi domande attraverso la voce verde del display luminoso.
- Cosa cerchi?
Fu la prima scritta a comporsi lettera dopo lettera.
Dovevo digitare la risposta? Proferirla ad alta voce? Pensarla? Ignorare la domanda?
- Pensala - rispose la macchina
I pensieri richiedono il discorso diretto, le virgolette o qualche altro artifizio?

Fronte Surreale, lì 14.12.06

Viaggio dentro la notte. Ancora.

Nonostante i miei sforzi non riuscii a prendere sonno, la visione di quel maledetto spigolo mi tolse il sonno in maniera più che definitiva. Mi alzai e la cosa più logica mi parve farmi una doccia rigenerante in grado di lavar via oltre alle fatiche della giornata anche le mie allucinazioni. Aprii il miscelatore cercando il calore del tutto rosso ma venni investito da una pioggia di un blu innaturalmente intenso. Un pungente odore di cloro mi circondò in pochi istanti facendomi lacrimare come una vergine al primo rapporto. Inutilmente cercai di sfregare le spiacevoli sensazioni del mio essere. Chiusi l’acqua con un gesto di disappunto e mi vestii con il mio vestito migliore. Infilai con cura il panciotto, retaggio di un passato ormai troppo lontano e presi il vecchio orologio a cipolla regalatomi dal mio avo più prossimo. Appena lo aprii per controllare quale ora della notte scura fosse il quadrante andò in mille pezzi. Ne uscirono mille ragnetti neri che, presi da spirito propositivo, si misero a comporre strane scritte sul bianco delle pareti della mia camera. Rimasi non più di tanto stupito nel leggere quelle parole a volte senza senso a volte dotate di un senso troppo profondo composte dai minuscoli aracnidi sul liscio della parete. Tutti, più o meno, inni alla Fine. Eccola ritornare prepotente. Lei, la mia dolce ed opprimente consorte. Quando i ragni composero la figura di un angelo maestoso con una spada ardente mi decisi ad uscire, per la seconda volta in un breve lasso di tempo, e vagare per le strade della mia piccola città. Inforcai la porta e mi allontanai senza neanche prendermi la briga di chiudere a chiave. Una fila di piccoli punti neri animati composero la scritta ADDIO in German Blackletter 15th c. 25 pixel sulla porta appena chiusa. Fu un segno difficile da trascurare.

Fronte Surreale, lì 12.12.06

Viaggio dentro la notte.

Il mio viaggio cominciò una notte come molte altre. Solito buio, pesto, presto essendo inverno, a far da cornice ad un quadro muto. Come ogni notte mi ritrovai a fantasticare ad occhi aperti sull'Ultimo Giorno, quello del Giudizio per chi ci crede, quello della Fine per tutti gli altri. Mi ritrovai a pensare di onde energetiche e musi lunghi trasformati in facce da pesce, con le stanghette degli occhiali Bulgari adagiate sulle branchie o sulle pinne caudali a seconda del modello. In quel momento, bocca serrata in una smorfia sorridente, ecco apparire i gendarmi con il solito fare da tutore della legge dei ricchi, manganello basculante e carrozza a motore.
- "Si è perso signore?"
Avere almeno quella, la certezza della perdita, del non trovare soluzione, sarebbe un punto di partenza.
- "Non proprio"
I gendarmi ripresero la ronda, io ripresi la visione, mentre mi infilavo in un bar, uno degli ultimi aperti a quell'ora della nera notte e mi ritrovai immerso in una luce fioca, dieci occhi pronti a mutare si girarono verso di me, trapassando le carni e continuando a ricercare il punto di fuga della loro alterata prospettiva. Chinai i passi uno davanti all'altro in direzione del bancone ligneo segnato da tempo e bicchieri amari.
Ordinai una sambuca, come ero avezzo fare in quel di Calais, e continuai a pensare a quei maledetti occhi di pesce che mi fissavano poco prima dell'avvento dei gendarmi. Erano tra noi? Era vero? Sognavo? La calotta cranica vacillò sotto i colpi dei punti di domanda.
Trangugiai il liquore con avidità, calore diffuso, naso colante.
Ne ordinai altre con l'intenzione chiara di stordire le mie visioni, di ottenere nitidezza nella foschia alcolica. Non ci riuscii. Tornai a casa, mi rimisi sotto le coltri e fissando l'angolo in alto a destra della mia stanza mi interrogai, ancora una volta, sulla vera natura degli spigoli.

Fronte Surreale, lì 6.12.06

Chi ha detto Golem?, prima parte

Quando proferì le parole la creatura, alta solo mezzo braccio, si animò scossa da un fremito. Si alzò ritta nella mano del Creatore ed i suoi occhi, dischiusi, si animarono del fuoco della Vita. Fece appena in tempo ad alzare le piccole braccia di creta prima che il Creatore proferisse le parole che le tolsero il Soffio Vitale dal piccolo corpo. Si accasciò come una marionetta alla quale vengono tagliati i fili.
- Ci sono riuscito. Ho dato la Vita. Ho dato la Morte. Sono finalmente il Creatore.

Fronte Surreale, lì 15.9.06

NG - quarta parte

Avvennero scelte tra il personale medico dedicato alla cura dei No Gender. Pochi vennero ammessi allo spettacolo live dell’evoluzione, poche persone ottennero il permesso di condividere la loro esistenza. Tra di essi c’era Elena, infermiera deputata alla cura di Adamo. Elena donna minuta ma risoluta si diede anima e corpo al nuovo incarico, investita di una responsabilità enorme ai suoi occhi e marginale agli occhi degli altri. Bionda, ormai sorpassati i trenta con piccoli successi personali si dedicava al lavoro con uno zelo difficilmente comprensibile e ovviamente encomiabile ad occhi estranei. Venne scelta forse proprio per questa sua abnegazione continua, mai un colpo di testa, mai un’assenza sempre pronta a dedicare tutto il proprio tempo al lavoro. Non che le rimanesse molto altro vista la terribile operazione subita in gioventù. Il destino le aveva tolto la possibilità di creare sottoforma di tumore alle ovaie che le vennero asportate non appena ventenne. Elena in qualche maniera era asessuata. Condivideva lo stesso destino del piccolo. Le esistenze di Adamo e della sue meccanicamente sterile genitrice erano in qualche modo legate. Ella si occupava della cura personale del piccolo Adamo. Fu proprio dopo l’operazione che decise di diventare infermiera e di lavorare in ostetricia. Era sempre stata animata da un profondo desiderio di maternità e decise di dedicare la sua intera esistenza a chi era in grado di procreare, lei a cui questo dono era stato tolto. Vedeva in Adamo il figlio sempre desiderato e mai avuto, ma non lasciava trasparire nessuna morbosità. Per questo fu scelta la minuta ma risoluta Elena. Nuova Madre putativa del primo essere asessuato della Storia.

continua

Fronte Surreale, lì 31.8.06

NG - terza parte

All’età di tre mesi Adamo, il No Gender A, venne dichiarato morto. Divenne ben presto una pratica diffusa, nel giro di qualche mese ci fu una vera e propria moria degli esseri asessuati, ma i No Gender non erano realmente passati a miglior (?) vita. Si trattava di una mossa messa in atto dalla Scienza, quella ufficiale che si trasformava per l’ennesima volta in sotterranea, un colpo di stato su quelle piccole vite. Di colpo sparirono uno dopo l’altro dalla vista, resa già sfocata e confusa, dei parenti più prossimi, alle quali venivano mostrate le più sentite condoglianze, ma non i corpi. Si giustificavano dietro all’interesse scientifico, allo studio, al progresso, alla comprensione. Tutte nobili cortine fumogene. La maggior parte acconsentiva tacitamente, chi per ignoranza, chi per vergogna, chi per alterigia e la piccola parte resistente veniva convinta in maniera anche poco ortodossa, tanto il confine era già stato ampiamente varcato, il segno non solo trapassato ma marcato a fuoco. Si apriva una nuova epoca, l’epoca della cavia, dell’esperimento continuo. Cose già viste in passato, a dire il vero, modalità già note, la nuova quarantena per una malattia sconosciuta. Il dolore delle famiglie venne ricompensato con belle parole e discutibili gesti, i dottori ben presto ottennero il pieno controllo, i No Gender avevano smesso di esistere, almeno per resto del mondo, quel resto che molto probabilmente Adamo, Eva e tutti gli altri non avrebbero mai potuto conoscere. Si consultarono testi, si fecero simposi, riunioni, discussioni su cosa farne ora di quegli esseri, come procedere e seguire lo sviluppo. Vennero stilate linee guida da seguire e redatti memorandum. Ogni individuo doveva seguire un percorso diverso per quanto possibile, ogni azione doveva essere catalogata e ripresa, lo sviluppo doveva essere seguito ed indirizzato, Adamo non doveva conoscere Eva, Eva avrebbe seguito un percorso diametralmente opposto ad Adamo, Caino ed Abele invece avrebbero interagito. Poca fantasia, per gente che comunque la notte tornava a dormire sogni tranquilli.

continua

Fronte Surreale, lì 29.8.06

NG - seconda parte

I piccoli continuavano a crescere senza grandi problemi sotto lo stretto controllo medico, nulla andava lasciato al caso. Come misurare il progresso di esseri asessuati, nulla di già visto, tutto da rivedere. Come accorgersi dei mutamenti di una mutazione. L’impossibilità di comporre dei parametri di riferimento, ecco cosa aspettava i soloni in camice bianco. Come trattare un evento così diverso da tutto quello che è già capitato. Tutti i No Gender presentavano le stesse caratteristiche. Che nome dare ad esseri senza sesso, visto che maschile e femminile perdevano completamente di significato? Furono dati nomi di comodo, solo per una sicura registrazione anagrafica presso i luoghi di nascita. Anche se c’era chi proponeva di tacere tali aberrazioni, tali scherzi della natura. Come se si potesse mettere a tacere la forza creativa, certo si poteva posticipare, e di molto, la scoperta da parte dell’opinione pubblica, strano nome ed etichetta per una coscienza imposta da terzi, ma certamente prima o poi la notizia sarebbe trapelata attraverso una delle tante gole profonde presenti. E così, con poca fantasia, i primi due vennero chiamati, nome di cartella non di anagrafe, Adamo ed Eva. Dando ancora una connotazione maschile-femminile, attivo-passivo. Scelta immotivata vista l’assenza di caratteri sessuali, almeno ad un intenso esame. Potevano riprodursi? Od il loro ciclo vitale si esauriva nell’arco della stessa esistenza dell’individuo. Quali sarebbero state le dinamiche comportamentali di esseri asessuati? Domande che non potevano trovare risposta nel breve termine. Sinceramente nessuno dei dottori e degli esperti poteva ipotizzare qualsiasi cosa al loro riguardo. I comportamenti tipici della maturazione sessuale, vero motore dell’intera Vita, si sarebbero presentati? Se sì, quando? Se no, cos’altro avrebbe regolato le loro esistenze? Era giusto impartire loro un’educazione normale ed omologata a tutto il resto del genere umano, anche a loro che del genere umano potevano rappresentare una mutazione? Solo il tempo avrebbe potuto rispondere a certe domande. Solo il tempo poteva svelare le macchinazioni della Natura che ancora una volta si mostrava imprevedibile ed imperscrutabile.

Fronte Surreale, lì 5.5.06

NG - prima parte

Era un giorno come un altro, soleggiato il giusto quando nacque No Gender A. Un giorno come tanti altri, se non fosse per la nascita di quel piccolo e curiosamente strano individuo. La gravidanza non fu più dura di tante altre, quello che appariva eccezionale fu il risultato. Un essere completamente formato, ma privo dei genitali e di qualsiasi carattere sessuale come, ad esempio, i peli. Fu subito bollato come un’anomalia genetica, o più prosaicamente uno scherzo della natura, ma ben presto le cose presero tutta un’altra piega quando si venne a sapere che un altro individuo, con le stesse caratteristiche genetiche era venuto alla luce a centinaia di chilometri. Ben presto, grazie al tam tam dei medici, il secondo esemplare fu ribattezzato No Gender B. Un caso era un’anomalia trascurabile. Due casi rappresentavano un caso non casuale. Si aspettava il terzo a costituire una prova e in meno di una settimana nacque quello che sarebbe diventato No Gender C. In quel momento la preoccupazione dei dottori fu quella di non dover esaurire le lettere dell’alfabeto. Ad una prima vista i casi non avevano nessun legame fra di loro. Diversi ambienti, diversa estrazione sociale, ma stesso risultato. Una nuova specie in definitiva, come propose colui che possiamo ora definire un eretico illuminato. Erano forse un deciso balzo evolutivo nella storia dell’uomo?

continua